Oggi vorrei parlare del dolore. Una parola che in questi tempi non si ha il coraggio di pronunciare che però, nonostante, si sente. Spesso si parla di esso come un’esperienza soggettiva, collegata a fattori culturali e psicologici. Ma cosa è veramente questo male del quale si parla tanto? Non è altro che il campanello d’allarme che scatta nel nostro corpo per comunicarci che qualcosa non sta andando bene.

Se vogliamo essere più precisi, dovremmo dire che dal punto di vista medico i tipi di dolore vengono divisi a seconda della durata. Il dolore acuto (più corto nel tempo) sarebbe un segnale che istintivamente ci spinge a cercare una guarigione, tramite il miglioramento e la restaurazione della funzione danneggiata. Dall’altro canto, il dolore cronico (una sofferenza a lungo termine) avviene quando si ha già perso l’allerta biologica. In questo caso i danni subiti da parte del individuo cominciano a manifestarsi in diversi modi, sia dal punto di vista emozionale che psicologico. In ogni caso, l’evoluzione del dolore acuto e cronico sono sostanzialmente diverse.

Naturalmente, questa problematica non può essere spiegata esclusivamente da un punto di vista scientifico. Bisogna innanzitutto individuare il contesto in cui accade tale sofferenza, e chi è la persona che la subisce. Nella disciplina dello yoga, ad esempio, essa è l’unica strada di crescita nella vita. “Tutto è sofferenza per il saggio” dice Patanjali (II, 15 Yoga Sutra). Perciò, quest’esperienza sarà unica ed irripetibile e dovrebbe essere analizzata individualmente.

Il dolore nella cultura

Storicamente l’uomo ha sempre cercato di dare un senso al dolore. Ogni popolazione aveva il proprio modo di reagire di fronte a una stessa afflizione. La sofferenza viene capita diversamente anche all’interno di una stessa comunità. Il mal di schiena non verrà percepito in modo uguale da un contadino come da una persona che appartiene ad una classe privilegiata.

Se partiamo da un punto di vista medico occidentale moderno, il dolore muscolo-scheletrico è spesso di tipo multi-causale. Sia nella medicina “tradizionale” che nella medicina cinese si è arrivato alla conclusione che l’atteggiamento psicologico del paziente può influenzare la sua intensità e qualità. Viene dunque interpretato come unred messaggio di un corpo vivo, vitale, che reagisce ad uno stato di sofferenza. Di conseguenza deve essere inteso come un’espressione di un corpo che ha voglia di lottare.

Nonostante tale dualità di significato, la medicina occidentale ha puntato negli ultimi decenni sull’aspetto sensoriale del dolore. Questa visione riduzionista della sofferenza fa pensare che il dolore sia solo dovuto ad un processo di interazioni degli stimoli sensoriali esterni col sistema nervoso. La medicina humanistica invece ritiene fondamentale di prendere in considerazione anche la motivazione emozionale-affettiva del dolore.

Il dolore invisibile

Sebbene il dolore fisico fosse quello più facile da individuare, esiste un altro tipo di male che viene spesso sottovalutato. David Le Breton lo chiama “il dolore invisibile”. L’invisibilità può essere interpretato in due modi: non può essere spiegata empiricamente; e si tende a nascondere la  sofferenza di fronte agli altri.

Riflettiamo un attimo. Quante volte nel ambito lavorativo dobbiamo dissimulare una sensazione di sofferenza suscitata da un problema emozionale altrui? In quel caso non possiamo esprimere il nostro male, prima di tutto perché non lo potremmo giustificare tramite una diagnosi medica. Ma soprattutto perché nella maggior parte dei casi siamo consapevoli che affrontandolo con un atteggiamento “duro” saremmo valutati positivamente dai nostri colleghi e superiori.

L’esempio precedente serve a spiegare come la sofferenza possa influenzare l’identità individuale e sociale, costringendo a conformare a chi si ha di fronte per non perdere credito né stima. Bisogna lottare senza tregua per riconquistare la forma migliore anche quando si è stato colpito duramente.

Soluzione multidisciplinare del dolore

Il rapporto bipartito tra dolore fisico e benessere psichico è forse la prova più immediata ed evidente dell’inscindibile unità dell’organismo, o più precisamente, dell’interdipendenza tra mente e corpo. Il legame a doppio filo tra condizioni dolorose croniche e stati di ansia e/o depressione è comprovato da tempo e non è l’unico esempio di questa realtà.

Avendo già capito che il dolore non è unidimensionale, diventa ancora più evidente che la risposta a questa problematica della nostra salute non potrà mai essere locale né riduzionista. Per offrire un adeguato sollievo da entrambe le forme di malessere è indispensabile un approccio multidisciplinare che tenga conto di tutte le componenti del problema.

Alcune delle discipline che offrono una risposta più integrale alla problematica del dolore sono ad esempio l’approccio della medicina narrativa, la rieducazione posturale e, a seconda del caso, l’attività fisica mirata possono essere utili per combattere il dolore.

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