Parlare dell’appoggio del piede nella corsa può sembrare una banalità. Ma per avere una corretta postura sia statica che dinamica il piede compie una funzione fondamentale. Basta pensare ad un atleta che vuole vincere le Olimpiadi o uno che fa la maratona e ha intenzione di arrivare al primo posto. Per raggiungere quegli obbiettivi dovranno inevitabilmente essere in una perfetta forma fisica e avere una corretta postura. Quest’è perché la perfetta comprensione dei meccanismi dell’appoggio del piede nella corsa è indispensabile per evitare infortuni, migliorare la performance e, in secondo piano, per avere la massima resa nella corsa scegliendo il terreno adatto, le scarpe più appropriate e gli eventuali accessori (plantari e/o solette).

Il piede nella corsa: la storia dell’atleta d’oro

Una storia particolarmente interessante è quella di Abebe Bikila, unico atleta delle olimpiadi moderne a vincere la maratona a piedi nudi. Come racconta Luca de Ponti nel libro “Il piede dello sportivo”, era uno di quegli atleti di notevole classe che, unitamente ad una quantità di grandi doti, aveva una particolare sensibilità per i problemi meccanici del piede nella corsa: aveva corso quasi sempre scalzo là, sui suoi altipiani, ed aveva memorizzato una spinta che nasceva da un piede abituato a lavorare in tutte le sue parti, durante il contatto con il suolo.
Quando in condizioni di particolare disagio era costretto ad usare la scarpa, era qualcosa di limitante per la funzionalità articolare dei suoi piedi nella corsa.
La calzatura, inoltre, poiché modifica, anche se leggermente, gli angoli di escursione articolare che ci sono durante l’appoggio e la spinta del piede, non gli andava a genio ed Abebe non voleva, in una gara così importante, alterare quella grande sensibilità acquisita durante gli allenamenti correndo scalzo per tanti chilometri.
Ma le qualità di Bikila non si fermavano a questa rivoluzionaria, anche se poteva sembrare pazzesca, intuizione: altra sua caratteristica sensazionale era la facilità con cui riusciva ad adattarsi ad ogni tipo di superficie. Il percorso della maratona romana, un misto di pietre millenarie e di asfalto, non lo spaventava più di tanto, nonostante l’appoggio del piede nudo tra una pietra e l’altra, là dove si formava un solco profondo diversi centimetri, fosse quanto di più scomodo potesse esistere.
I piedi di Abebe erano collaudati e abituati a terreni peggiori e le callosità, che normalmente si formano in un individuo che corre scalzo, erano sufficienti a proteggergli sia la cute sia i tessuti più profondi. Quando, dopo Roma, Bikila si rese effettivamente conto che per salvaguardare le sue estremità da una eccessiva usura doveva limitare le sgroppate a piedi nudi, passato un necessario periodo di adattamento, si mise ad adottare un regolare uso delle scarpe da corsa: a Tokio, dove vinse la sua seconda maratona olimpica, aveva ai piedi un bel paio di calzature.
Senza timore di essere smentiti, si può affermare che le storiche galoppate dell’etiope scalzo furono frutto di una condizione fisica ottima, ma anche di una meccanica di corsa al di fuori della norma: un individuo con minimi difetti d’appoggio sarebbe incorso quantomeno ad una classica tendinite.
Abebe Bikila è stato l’esempio di come il modello della natura, concepito in maniera perfetta, non richiede in linea teorica scarpe durante l’esercizio motorio: la calzatura è solo l’artificio di cui si servono tutti i comuni mortali per salvaguardare il piede nella corsa.

Il piede nella corsa spiegati da Bikila

Questo successo indusse numerose persone a pensare che questa era stata una scelta obbligata dettata dalla povertà. Tutt’altro. Abebe Bikila aveva molteplici volte indossato le scarpe, ma, andando a modificare seppur leggermente l’arco di movimento articolare, le trovava fonte di limitazione per la mobilità che era riuscito a sviluppare. L’articolazione della caviglia poteva essere paragonata ad un giunto di trasmissione che compie il minor lavoro trasmettendo l’energia senza inutili sprechi. Le callosità che si formano naturalmente sui piedi di chi corre senza calzature erano sufficienti a proteggergli sia la sua cute che i tessuti sottocutanei dagli insulti dei terreni anche più accidentati.

“È stato l’esempio di come il modello della natura, concepito in maniera perfetta, non richiede in linea teorica scarpe durante l’esercizio motorio: la calzatura è solo l’artificio di cui si servono tutti i comuni mortali per salvaguardare i piedi durante il cammino e molto più durante la corsa.”

Luca De Ponti, autore del libro Il piede dello sportivo

I segreti del piede nella corsa

Allora, per quale motivo questo metodo così efficace non è stato adottato anche da altri? Questo è un esempio un po’ estremo perché nel caso di Bikila una serie di circostanze fondamentali si sono condensate: un’incredibile dote naturale, una straordinaria sensibilità alla meccanica della corsa, dei piedi collaudati a chilometri e chilometri su arsi terreni. Una persona qualunque, anche con un minimo difetto di appoggio, avrebbe risentito di gravi problemi.
Ma questa storia ci induce ad una riflessione. La natura è in grado di creare dei modelli perfetti e quando è possibile replicarli, o comunque avvicinarsi a tali, il corpo umano possiede tutte le risorse per ottenere incredibili risultati senza l’ausilio di mezzi esterni. Basta “ri-imparare” ad utilizzare ciò che Natura ci ha donato. Proprio come fece il mitico Bikila.

Nello Studio Medico Movertebra vengono trattate diverse problematiche del piede tramite la ginnastica propriocettiva e lo stretching globale. I disturbi più frequenti al piede sono nella parte anteriore del piede, la metatarsalgia e l’alluce valgo. Nel mezzo piede, la fascite plantare, Il dolore al tallone o tallonite, è spesso conseguenza del sovraccarico.

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